Il Figlio dell’uomo

0609134Apocalisse 1:12-18

“Come mi fui voltato, vidi sette candelabri d’oro e, in mezzo ai sette candelabri, uno simile a un figlio d’uomo…” (Ap 1:11-18). Ancora una volta è Gesù Cristo, in tutto il suo splendore, a essere al centro della rivelazione, e la sua maestosa presenza scompagina l’anziano profeta.

Nella visione, “Gesù assomiglia a un ordinario figlio dell’uomo; è il Gesù dei vangeli (Mt 8:20, 10:23; 17:9; Lc 7:34; Gv 6:53), incarnato e ben presente tra gli uomini del tempo di Giovanni. Ma, nello stesso tempo, è ‘il Figlio d’uomo’ glorioso del libro di Daniele, dai bianchi capelli, gli occhi di fuoco (Dan 10:5-7), implicato nel giudizio finale e che viene sulle nuvole del cielo per inaugurare il regno di Dio (Dan 7:9-13). Egli è, quindi, nello stesso tempo, il Dio vicino, personale e presente, il Gesù familiare e il grande Dio lontano, glorioso e futuro che parla a Giovanni”, (J. Doukh an, Il grido del cielo)

Giovanni cadde ai suoi piedi “come morto” e, indubbiamente, come Isaia nel suo intimo esclamò: “Guai a me, sono perduto! Perché io sono un uomo dalle labbra impure e abito in mezzo a un popolo dalle labbra impure; e i miei occhi hanno visto il Re, il Signore degli eserciti!” (Is 6:5), ma la mano misericordiosa di Dio si posò su di lui e riebbe vigore fisico e spirituale.  Il Dio che schiaccia il profeta, prostrato e come morto a seguito della sua imponente visione, è anche capace di rassicurare con il tocco della sua mano destra e dire: “Non temere…” (Ap 1:17). Parole di speranza che ci aiutano a guardare oltre la morte, il quotidiano e il giudizio stesso.

L’Apocalisse educa alla speranza, perché la speranza è il cuore dell’evangelo. Il Dio della Bibbia è il Dio della speranza. “Or il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e di ogni pace nella fede, affinché abbondiate nella speranza, per la potenza dello Spirito Santo” (Rm 15:13). La speranza è la base ontogenetica della fede.  Scrive Davide, il cantore di Dio: “Anima mia, trova riposo in Dio solo, poiché da lui proviene la mia speranza” (Sl 62:5).

Questa è l’essenza della buona novella e si contrappone a ogni insegnamento che incute paura (purgatorio, inferno, ecc.) o che promuove un cristianesimo ansiogeno vissuto all’insegna della salvezza per opere, del fare e del non fare.  Alla domanda rivolta dai discepoli di Giovanni, il battista, mentre questi era in prigione, Gesù risponde con “fatti” di speranza: “Andate a riferire a Giovanni quello che udite e vedete: i ciechi ricuperano la vista e gli zoppi camminano; i lebbrosi sono purificati e i sordi odono; i morti risuscitano e il vangelo è annunciato ai poveri” (Mt 11:4-5).

Verrà un giorno in cui “Il deserto e la terra arida si rallegreranno, la solitudine gioirà e fiorirà come la rosa; si coprirà di fiori, festeggerà con gioia e canti d’esultanza…”, il giorno in cui i figli di Dio “vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio… Allora, si apriranno gli occhi dei ciechi e saranno sturati gli orecchi dei sordi…lo zoppo salterà come un cervo e la lingua del muto canterà di gioia… Fortificate le mani infiacchite, rafforzate le ginocchia vacillanti! Dite a quelli che hanno il cuore smarrito: ‘Siate forti, non teme te! Ecco il vostro Dio! Verrà egli stesso a salvarvi?’” (Is 35).

Pastore Francesco Zenzale

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